Siglato l’accordo di partenariato Japan-EU Free Trade Agreement tra l’Unione europea e il Giappone

Entrato in vigore il 1º febbraio 2019 l'accordo riguarderà principalmente prodotti alimentari e automobili

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In un mondo attraversato da protezionismi economici sempre più prepotenti, dopo cinque anni di trattative è entrato in vigore il 1° febbraio 2019 un accordo commerciale fondamentale tra l'Unione Europea e il Giappone, da qualcuno ribattezzato “Cars for cheese”, anche se il suo vero nome è Jefta. 

E’ l'accordo commerciale più grande nella storia dell'Ue che completa e formalizza alcune importanti iniziative bilaterali riguardanti i rapporti tra UE e Giappone, quali l'EU Getaway. Cruciale in un contesto di guerre commerciali, il trattato Jefta rappresenta una sfida a Usa e Cina, insieme al recente CETA, l’accordo stipulato tra UE e Canada per facilitare gli scambi fra le due aree.

Il JEFTA infatti istituirà un'area di libero scambio che include un terzo dell'economia mondiale e 635 milioni di persone.

Il Jefta contiene disposizioni procedurali e commerciali che daranno lo stop graduale a quasi tutti i dazi, tutele per le indicazioni geografiche tipiche e standard comuni su protezione dati, ambiente e lavoro. Giappone ed Unione europea confermano poi l'intenzione di rafforzare il coordinamento su forniture energetiche sostenibili, trasporti e riforma WTO.  È il primo accordo dell'UE ad avere un capitolo dedicato alle PMI.

Per le società europee, esportare in Giappone è stato in passato molto spesso difficile per le alte tariffe applicate in entrata su determinati prodotti (ad esempio vino, pasta, cioccolato, formaggio, scarpe e pelletteria). Senza contare i costi significativi per la conformità alle normative e ai regolamenti giapponesi, come le licenze separate per ogni varietà di prodotto dello stesso genere (arance, ad es.) e l’esclusione di società straniere da gare pubbliche in alcuni settori.

In Italia  l'Agenzia delle Dogane e Monopoli ha diramato la Circolare n.1/D relativa all'Accordo che potrebbe far aumentare l’export italiano verso il Giappone favorendo in particolare le Pmi che sono le più numerose e, generalmente meno attrezzate per avere relazioni commerciali con mercati lontani. Il modello per la registrazione REX (il sistema per registrare gli esportatori autorizzati a certificare l'origine delle merci) è lo stesso utilizzato per gli altri accordi commerciali dell'Unione Europea. Il trattamento preferenziale è infatti accordato solo ai prodotti che rispettano le regole di origine contenute nell’accordo.

 Le industrie che dovrebbero beneficiare maggiormente dell'accordo comprendono farmaci e dispositivi medici, automobili e trasporti. Anche moto e ricambi (soprattutto in entrata) costeranno meno. Grossi i vantaggi in campo alimentare anche perché il Giappone deve importare gran parte dei suoi prodotti alimentari. Già adesso le esportazioni di formaggio dall'Unione Europea in Giappone a novembre sono cresciute addirittura del 40% e confermano l’Unione come primo esportatore. Anche per vino e spiriti vengono rimossi i dazi ad valorem. Tra i maggiori rischi il via libera a contraffazioni di prodotti originali europei come vini e formaggi (pecorino, asiago, grana padano, etc.) e a prodotti Ogm (geneticamente modificati). Il Giappone è infatti il paese con maggior numero di colture Ogm approvate per alimenti umani e animali.

Qualche dato

La UE è il terzo partner commerciale per il Giappone, che a sua volta risulta essere il sesto cliente della UE.

Il Giappone ha una dimensione commerciale internazionale che è pari a circa un terzo di quella europea: i beni commercializzati nel mondo sono per il 15% di provenienza dell’Unione Europea e solo per il 5% prodotti nel Paese del Sol Levante (dati Eurostat 2017). Ogni anno le aziende dell'area UE esportano verso il Giappone più di 58 miliardi di euro in beni (più di un terzo di questi la sola Germania) e 28 miliardi di euro in servizi. Dei 58 mld di euro di export di beni europei circa 6 o poco più si  possono attribuire all’Italia (poco meno del 10%).

Le quote dell’interscambio italiano col Paese asiatico sono veramente contenute. Facendo il confronto con gli altri colossi dell’Oriente nel primo trimestre di quest’anno l’export rappresentava appena l’1,4% del totale Italia (la metà della quota cinese) e lo 0,9% del totale import (contro il 7,3% della Cina, dati Istat). Quello che salta agli occhi, però, sono gli incrementi di entrambi i flussi, a due cifre per l’import e prossimi al 9% per l’export, risultato tanto più rilevante in quanto il 2018 aveva fatto segnare un calo degli scambi. Il tutto per una bilancia commerciale tra i due Paesi che potrebbe chiudere con un attivo intorno ai 2 mld di euro a fine anno a favore dell’Italia, anche se in fase di ridimensionamento.