Modello circolare, il futuro è nella riduzione degli sprechi

Una sfida che coinvolge tutti e che promette grandi risultati ambientali ed economici e nuovi sbocchi lavorativi

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La definizione fornita dalla Ellen Mac Arthur Foundation, (la decima fondazione più grande degli Stati Uniti che sostiene diverse organizzazioni senza scopi di lucro in 50 Paesi) parla chiaro in materia di riduzione degli sprechi: “l’economia circolare è un’economia pensata per potersi auto rigenerare da sola tra flussi biologici reintegrabili nella biosfera e flussi tecnici, non altrettanto reintegrabili ma valorizzabili altrove”. Un paradigma semplice che si basa però su un’idea fondamentale e nuova: è necessario, cioè, un passaggio da un modello produttivo lineare, basato su estrazione, trasformazione, produzione, consumo e scarto ad un modello economico basato sulla circolarità, ossia sulla possibilità di limitare al massimo l’utilizzo di materia ed energia e di porre la massima attenzione alla riduzione degli sprechi, rendendo minimi gli scarti e le perdite, in ogni fase del processo produttivo. Tutto ciò ovviamente, facendo la massima attenzione all’immissione di gas tossici nell’atmosfera e all’utilizzo di materiali non riciclabili.

Senza dubbio un obiettivo complesso da raggiungere ma che necessita dell’intervento di diversi soggetti, dal legislatore ai produttori di packaging, dagli enti di salvaguardia ambientale alle infrastrutture per la gestione dei rifiuti, passando per il personale addetto alla raccolta e infine, ma non ultimo, al cittadino stesso.

Si tratta di un trend globale testimoniato dal fatto che il modello circolare è uno dei temi principali dell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile lanciata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Persone, pianeta, prosperità, partnership e pace sono le parole chiave del piano dell’Organizzazione internazionale che tutte le aziende sono chiamate a fare proprie e verso le quali si è avviata una corsa virtuosa soprattutto da parte delle più grandi.

È ormai troppo evidente, infatti, che il modello economico lineare non è più sostenibile per quattro motivi sostanziali: le risorse naturali sono limitate e si stanno esaurendo rapidamente, consumiamo le risorse a nostra disposizione troppo rapidamente prima che il Pianeta riesca a produrne di nuove, le sfruttiamo male, sprecandone una grande quantità e infine produciamo troppi rifiuti da trattare, gestire e smaltire.

Trasformazione dei rifiuti: il modello circolare

Ogni anno un cittadino dell’Unione Europea genera in media 4,5 tonnellate di rifiuti, di cui circa la metà viene smaltita in discarica. Numeri impressionanti che non sono più sostenibili sia dal punto di vista ambientale che economico. Essi sono causati dalla cosiddetta economia lineare, a cui oggi si contrappone con forza appunto il modello circolare. A ricoprire un ruolo centrale nello sviluppo di un modello di economia circolare dei rifiuti è il mondo delle imprese, che deve ripensare le fasi di progettazione, produzione e commercializzazione dei prodotti in un’ottica di uno sviluppo sostenibile.

Commissione Europea e trasformazione dei rifiuti

Secondo quanto indicato nel pacchetto di misure sull’economia circolare presentato dalla Commissione Europea, entro il 2030 dovranno essere avviati al riciclo il 65% dei rifiuti urbani e il 75% dei materiali da imballaggio e non oltre il 10% dei materiali di scarto potrà essere destinato alla discarica. Una sfida ambiziosa ma necessaria per garantire risparmi in termini economici e ambientali. Oggi, a causa dei bassi livelli di riciclo e recupero, infatti, l’Europa registra annualmente perdite di risorse per 600 milioni di tonnellate. In tal senso il documento prevede nuove forme di prevenzione, di eco progettazione, di riciclo e riutilizzo di materiali al fine di generare risparmi netti per le imprese europee pari a 600 miliardi di euro, ossia l’8% del fatturato annuo.

Questo piano prevede: la creazione di indicatori per la sicurezza dell’approvvigionamento delle materie prime essenziali, la riparazione e il riutilizzo, la generazione e la gestione dei rifiuti, il commercio delle materie prime secondarie tra i Paesi dell’UE e con i Paesi extra UE, nonché l’uso di materiali riciclati nei prodotti. I settori della plastica, delle biomasse, degli scarti alimentari, della costruzione, della demolizione e dell’industria sono tutti coinvolti nel nuovo paradigma.

Una deviazione netta quindi dal percorso compiuto finora. Un processo essenziale per il nostro futuro che coinvolge tutti.

Green economy: boom di nuovi sbocchi lavorativi

La green economy, quel ramo del mondo economico che ragiona in termini di sostenibilità ambientale, modello circolare, e innovazione, per una gestione accorta delle risorse e la riduzione degli sprechi, offrirà 500.000 nuovi posti di lavoro entro il 2023. Un dato che testimonia come il processo di riconversione economico-produttiva sia già iniziato e promette di procedere a gran velocità anche nel nostro Paese. È quanto emerge dal rapporto “Smart & Green, l’economia che genera futuro” realizzato dal Censis e da Confcooperative, dove emerge l’immagine di un settore – quello appunto della green economy e dell’economia circolare – che rappresenta già oggi il 24% del nostro Pil, ponendosi come uno dei maggiori bacini occupazionali e di creazione di nuovi sbocchi lavorativi per il prossimo futuro. Basti pensare infatti che su un fabbisogno complessivo di nuova occupazione, da qui al 2023, pari a un volume totale di 2 milioni e mezzo di posti di lavoro, 480.000 posti saranno prodotti dal settore green.

In questo contesto, come suggerisce il Rapporto Excelsior realizzato da Unioncamere e Anpal (Agenzia Nazionale Politiche attive e lavoro) il maggior fabbisogno occupazionale nei prossimi anni, oltre al digitale, interesserà soprattutto l’ecosostenibilità. In particolare le professioni del futuro saranno quelle legate al risparmio energetico e alla riforestazione delle aree non urbane e alla Green Economy più in generale. I settori green con più opportunità nei prossimi anni saranno quindi: il settore energetico in particolare saranno richiesti gli installatori di pannelli fotovoltaici, marketing green, chimica green, gestione e risparmio dell’energia e agricoltura.

Sono proprio questi settori che stanno già cominciando a creare nuovi posti di lavoro. Un rapporto di Unioncamere e della Fondazione Symbola dello scorso anno, mostra come siano oltre 3 milioni gli occupati green nel nostro Paese, toccando così il 13% del totale dei lavoratori.

Le nuove figure professionali

Tra i profili che saranno più richiesti per lo sviluppo dell’economia circolare ci sono gli ingegneri, in particolare quelli gestionali e quelli del settore energetico, gli architetti soprattutto quelli della nuova frontiera dell’ecodesign e dell’eco progettazione, infine una nuova figura, ma che sta diventando sempre più importante in questo nuovo scenario, è quella dell’energy manager, cioè l’esperto di energy management.

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