Takis, un’eccellenza tra le aziende biotech in Italia

Intervista a Luigi Aurisicchio, CEO e Founder di Takis

04 Giugno 2020 - durata 5 min

Takis è un’azienda del settore biotecnologico nata in Italia alla fine del 2009. Era un momento storico molto complicato perché ci si trovava ad affrontare una crisi economica di portata mondiale e, proprio a causa di quella crisi, anche le grandi aziende farmaceutiche erano state costrette a ridimensionare il proprio business e di conseguenza l’organico. Proprio da un gruppo di ricercatori di Merck, una multinazionale specializzata nella ricerca di un vaccino contro il cancro, è nata quella che oggi è una delle più promettenti aziende biotech in Italia.

«In quel momento storico – spiega Luigi Aurisicchio, CEO e Founder di Takis – un ricercatore che aveva lavorato per tanti anni in un’azienda farmaceutica si trovava davanti ad un bivio: andare all’estero oppure restare in Italia? Fuori dal nostro Paese avevamo tutti molte offerte di lavoro, ma abbiamo deciso di restare in Italia e cominciare questa avventura fondando un’azienda che si occupasse di terapia genica e di vaccini contro il cancro».

Una lunga esperienza nella ricerca farmaceutica e nella biotecnologia, quindi, che ha permesso a Takis di proporsi in prima linea nella ricerca di un vaccino contro il COVID-19.

CEO Takis
Luigi Aurisicchio - CEO Takis

 

Ma cosa significa fare ricerca in Italia?

«È sicuramente molto complicato perché l’Italia è un Paese che ha sempre investito poco nella ricerca. Inoltre, le aziende biotech in Italia non hanno il supporto dei venture capitalist come all’estero, quindi la nostra esperienza nel cercare qualcuno che ci aiutasse a sviluppare dei prodotti è stata disastrosa. Quando si parlava con investitori svizzeri, tedeschi o francesi, questi riconoscevano la nostra bravura, ma ci chiedevano di trasferirci nei loro Paesi. Avendo lavorato tanto all’estero, la cosa che ho notato è che gli italiani hanno una marcia in più, sia perché lavorano di più e meglio, ma soprattutto perché hanno delle idee innovative molto interessanti e soprattutto hanno la capacità di lavorare in condizioni più complicate rispetto agli americani, per esempio!

Inoltre il lavoro degli italiani, pur in mancanza di fondi e pur con poche risorse economiche a disposizione, è eccellente e questo lo dimostra la grande qualità delle pubblicazioni scientifiche».

 

Siete stati tra i primi a lanciarvi alla ricerca di un vaccino per il COVID-19 senza temere di trovarvi ai “blocchi di partenza” accanto ai colossi americani. Com’è nata l’idea di raccogliere questa sfida?

«Era il 27 gennaio quando abbiamo deciso di lavorare a questo progetto, quindi l’epidemia non era ancora una pandemia ed era localizzata solo a Wuhan. Già si capiva però che si trattava di un virus diverso che poteva avere un impatto importante sulla popolazione. Lavorando già nella ricerca del vaccino contro il cancro ci siamo chiesti: perché non facciamo un vaccino personalizzato contro questo virus? E quindi, spinti da un puro interesse scientifico, abbiamo cominciato a lavorarci allocando una parte delle nostre risorse economiche in questo progetto.

Nel frattempo l’epidemia è diventata una pandemia quindi è chiaro che l’attenzione è cambiata e anche le priorità, così abbiamo messo a disposizione il nostro know-how per cercare di contribuire a qualcosa che poi è diventato un problema mondiale. Poi l’OMS ha riunito tutte le aziende che hanno cominciato a sviluppare vaccini e terapie contro il COVID-19 e tutte hanno manifestato l’interesse di condividere i dati e i progressi».

 

Quindi condividete i risultati con altri membri della comunità scientifica?

«Sì, e questo è un fenomeno nuovissimo. Solitamente i gruppi di ricerca, quando lavorano su un certo argomento, sono molto riservati fino alla pubblicazione e alla condivisione con il mondo scientifico. Con questa emergenza ci sono delle iniziative in cui ancora prima di pubblicare i dati sulla rivista scientifica si rendono pubblici su piattaforme che danno modo agli scienziati di tutto il mondo di imparare qualcosa sul virus e mettere a disposizione la propria esperienza.

L’OMS sta organizzando già da mesi degli incontri periodici con tutte le aziende e gli organismi di ricerca che stanno lavorando sul virus per cercare di condividere delle linee guida comuni e quindi si discutono i pro e i contro di ciascun modello e di ciascun approccio. Questa è una cosa che non è mai avvenuta prima».

 

A che punto è la vostra ricerca?

«Siamo partiti da cinque vaccini candidati che abbiamo disegnato sulla base di una serie di caratteristiche e stiamo facendo in modo che il vaccino sia efficace ma soprattutto sicuro, ovvero che non induca effetti collaterali. Questo perché, a differenza dei vaccini contro il cancro, quello contro il SARS-Cov-2 sarà somministrato a persone sane a scopo preventivo, per cui bisognerà essere sicuri che non ci siano effetti indesiderati né a medio né a medio-lungo termine.

Questi vaccini li abbiamo testati sui topi che rappresentano il primo modello animale in cui si verifica l’immunogeneticità e tutti e cinque, con caratteristiche diverse, hanno dato una risposta immunitaria. Questa risposta immunitaria consiste nell’induzione di anticorpi che riconoscono la proteina “spike”, presente sulla superficie del virus. Tra questi cinque, sulla base di queste caratteristiche, ne abbiamo selezionato uno, il più potente.

Adesso stiamo dialogando con un’azienda austriaca che dovrebbe consentirci di produrlo su larga scala per procedere con lo studio clinico sull’uomo che avverrà, purtroppo, non prima dell’autunno per via dei tempi tecnici legati agli studi di tipo regolatorio. Questi studi riguardano la sicurezza del farmaco e quindi sono degli studi sempre fatti in modelli animali che verificheranno effettivamente che non c’è potenzialmente nessun effetto collaterale (fase 1 e 2 ndr). Si partirà prima con un piccolo gruppo di pazienti poi, una volta individuata la dose migliore che induce un’attività del sistema immunitario, si estenderà ad un paio di centinaia di persone, fatto questo ci sarà lo studio di fase 3 e poi si spera di andare in commercio».

Gruppo Takis

 

Perché secondo lei Euler Hermes, che fa parte del Gruppo Allianz, ha scelto Takis per contribuire all’emergenza?

«Immagino che abbiano scelto noi perché, in maniera spassionata e sincera, ci siamo messi subito a disposizione per cercare una soluzione per questo vaccino, pur non avendo nessun tipo di supporto economico. Per questo abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding, perché le cose che potevamo fare internamente le abbiamo fatte – e anche molto bene, direi – però è chiaro che gli studi di preparazione in larga scala, gli studi regolatori e lo studio clinico hanno dei costi molto importanti.

L’incontro con Euler Hermes è stato importantissimo perché ci ha dato un grande contributo che ci aiuterà a caratterizzare il tipo di risposta immunitaria che serve per questi vaccini, sia nei modelli preclinici sia nell’uomo. Grazie al contributo di Euler Hermes metteremo a punto i saggi immunologici che saranno applicati durante i clinical trial che faremo in autunno».

 

Come si è originata e poi sviluppata la vostra partnership?

«Euler Hermes ci ha contattato dopo aver visto la nostra campagna di crowdfunding. Hanno così avviato un meccanismo interno di raccolta fondi e di donazioni tra i loro dipendenti e tra i vari agenti sparsi su tutto il territorio nazionale e devo dire che sono rimasto molto sorpreso. Hanno raccolto circa 30mila euro dando un grande impulso alla nostra ricerca. Sono molto felice di questa opportunità e spero che sia anche la base di collaborazioni future su altri fronti».

 

Secondo lei la ricerca e la tecnologia possono rappresentare il punto cardine per ripartire dopo la pandemia?

«Non c’è dubbio su questo! È risaputo che i Paesi dove si fa più ricerca sono quelli che hanno maggior benessere economico, più occupazione e l’economia è migliore.

Facciamo l’esempio del vaccino: se noi sviluppiamo questo vaccino e al contempo l’Italia decidesse di investire anche sulla produzione in larga scala, io oggi non mi dovrei rivolgere ad un altro Paese per fare avviare questa produzione. L’investimento sarebbe rimasto in Italia e avrebbe contribuito a creare occupazione e a sviluppare ulteriormente le tecnologie, quindi non c’è dubbio che l’investimento nella ricerca sia fondamentale».