Covid19: l’impatto sull'economia italiana

Covid19: l’impatto sulla economia italiana

Il blocco imposto dai governi nazionali a oltre metà della popolazione mondiale per appiattire la curva dei contagi ha colpito il mondo come un meteorite, spingendo l'economia globale nella peggiore recessione dai tempi della seconda guerra mondiale.

Da gennaio, l'impatto dell'epidemia è passato da essere uno shock dell'offerta localizzato e incentrato sulla Cina, che ha comunque inviato onde d'urto sulle catene di fornitura mondiali, ad essere un violento shock della domanda che ha danneggiato i consumi e gli investimenti non più solo in Cina, ma anche in Europa, Stati Uniti e America Latina.

Ci aspettiamo una forte recessione globale nei primi due trimestri del 2020 nella stragrande maggioranza delle economie sviluppate ed emergenti.

Questa situazione sarà seguita da una ripresa a partire dalla seconda parte dell’anno, con una riapertura delle economie mondiali e dei vari settori mano a mano che vengono allentate le misure di confinamento, con un andamento forma di U.

 

Ma quale sarà l’impatto sulla crescita del nostro Paese?

L’Italia, che in Europa è fra i Paesi maggiormente colpiti in termini di contagi e vite umane perse, vedrà secondo le nostre stime una perdita del PIL pari al 11,2% Le cause sono ovviamente il blocco delle attività sociali e produttive interne, ma anche la maggiore dipendenza della nostra economia dai servizi rispetto alla Germania ad esempio.

Si pensi al turismo, che è il settore maggiormente impattato dalle misure di contenimento. Nel 2021 si potrà assistere ad un recupero seppur parziale della produzione persa, con un incremento del PIL pari ad un +6.6%, riportando la produzione ad un valore comunque inferiore rispetto al pre-crisi e con prospettive di recupero di quel livello solo nel medio lungo termine, tenuto conto delle percentuali di crescita dell’economia italiana negli ultimi anni.

Anche se il governo ha attuato un piano di deconfinamento graduale, arrivato oggi alla Fase 3, è probabile infatti che l'attività economica si deteriorerà ulteriormente nel secondo trimestre, quando il calo degli investimenti e la perdita di entrate turistiche avranno un impatto negativo molto più forte (almeno -16% il risultato del trimestre).

Solo nel terzo trimestre si dovrebbe assistere a un graduale ritorno alla normalità economica. Questo farà si che il rapporto debito PIL su cui vengono misurate le performance del nostro Paese, è destinato a raggiungere quasi il 170% nel 2020, per rimanere a lungo nei prossimi anni sopra il 150%. Tutti i governi e le banche centrali hanno messo in campo misure straordinarie, sia di natura monetaria che fiscale, per far fronte a questa crisi. Tutte queste iniziative però non freneranno l’ondata di insolvenze aziendali che ci aspettiamo nel 2020, in tutte le aree del mondo, con incrementi sempre a due cifre e in molti casi superiori al 20%. In Italia, ci aspettiamo un incremento dei fallimenti del 23% rispetto al 2019, che riguarderanno poco meno di 14.000 aziende

E quali sono i settori maggiormente colpiti?

Sarà molto difficile trovare dei settori che usciranno indenni dall’attuale blocco delle attività sociali ed economiche del nostro Paese. Nell’analisi trimestrale che facciamo sul profilo di rischio settoriale, che consiste nell’attribuziione di un rating a ciascun comparto in cui operiamo, solo la farmaceutica ha conservato un profilo di rischio basso.

Nel giro di un anno e mezzo, anche a causa delle difficioltà dell’economia e delle imprese italiane a registrare performance soddisfacenti, la percentuale dei settori considerati maggiormente a rischio è passata da 35% al 65% I settori principalmente impattati da questo blocco sono il turismo e i trasporti: la diffusione del virus determinerà una notevole riduzione dei turisti da e verso l'Italia e più in generale l'Europa, a cui si aggiunge un significativo rallentamento dei servizi legati ai trasporti.

Il ritorno a livelli normali di attività dovrebbe essere molto graduale, portando le perdite di circa 6 miliardi di Euro sia nel turismo che per i servizi di trasporto. Sicuramente le aziende che presentano un’elevata dipendenza dall’export e dalle catene di produzione globali hanno già cominciato a soffrire a partire da gennaio quando il corona virus ha cominciato a diffondersi in Cina.

Il settore automotive e la meccanica ad esempio trovano nel mercato cinese sia un mercato di sbocco delle produzioni che un mercato di approvvigionamento di componenti. Altre industrie, caratterizzate da una elevata leva finanziaria e da una scarsa liquidità soffriranno dell’attuale fermo delle attività produttive e non saranno in grado di generare adeguati flussi di cassa per far fronte ai propri impegni. All’interno di questo panorama sicuramente non roseo, ci sono dei settori che riusciranno a trovare comunque delle prospettive di sviluppo; fra questi, il già citato pharma e il bio-medicale, anche in una prospettiva di medio-termine, e quelli che offrono servizi immateriali come ICT e Telecomunicazioni